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La Cina continua ad avere bisogno dei suoi mercati, della sua proprietà intellettuale, della sua concorrenza e della sua solidarietà su questioni che le stanno a cuore. Ma sta anche cercando qualcosa di più, ossia il riconoscimento del suo status da parte della comunità internazionale.

Sono alcune righe dell’interessante libro di Kerry Brown che hanno stimolato in me contrastanti riflessioni riguardanti un Paese legato, per certi aspetti, ad antichi dettami e rigidità, pur proiettato verso una economia globale che ne ha accolto le differenze.

Un territorio che sta cercando soprattutto sotto la guida di Xi Jinping di aprirsi ad una visione internazionale, con tutte le difficoltà che si intrecciano ad una mentalità consolidatasi anche dal pensiero di Deng Xiaoping, che seppur uno dei primi a sperimentare la riscoperta di una economia privata, affiancata ad una economia di mercato, ha mantenuto salde una serie di limitazioni vicine al motto ed all’idea di tenere sempre un basso profilo e di non avere fretta.

In fondo, abbiamo assistito in questi decenni ad una vera e propria rivoluzione.

Cambiamenti che hanno portato a nuovi assetti socio-economici, corroborati certamente da alcuni limiti.

“Il coronavirus infligge un duro colpo temporaneo all’economia cinese” è il titolo del rapporto di Standard & Poor’s sulla situazione, che ha delineanto un quadro a tinte fosche per l’anno in corso, tagliando le stime di crescita del PIL cinese, dato che avanzerà poco più del 5% a fronte di un 5,7% previsto.

Una rivoluzione momentaneamente in crisi…che ha contribuito, come già specificato nei precedenti articoli, ad una riduzione del prezzo del petrolio, spintosi poco sotto l’area di supporto individuata a 49,67 dollari, superando anche il minimo che segna l’inizio del lungo canale rialzista partito ad ottobre dello scorso anno.

Leggero rimbalzo preceduto dalla notizia dal taglio prospettato, di ulteriori 600 mila barili, da parte della commissione tecnica dei Paesi produttori. L’attesa o, se vogliamo, il tentennamento della Russia ci fa ricordare l’atteggiamento di Vladimiro ed Estragone, personaggi della celebre opera teatrale di Samuel Beckett intitolata “Aspettando Godot”, ma sicuramente la potente Russia non è poi così ingenua come i suddetti protagonisti. In fondo, questo temporeggiamento è decisamente strategico poiché, secondo alcuni analisti, rispetto alle intenzioni degli altri membri dell’OPEC +, deriverebbe dal fatto che il territorio governato un tempo dagli Zar non avrebbe grandi contraccolpi sulla produzione del greggio, se il prezzo dovesse ulteriormente abbassarsi.

Le Three Black Crows formatesi sul grafico settimanale che da 59,42 hanno spinto il greggio a 49,52 dollari al barile, indicherebbero una continuità rispetto alla tendenza ribassista, senza dimentiare il supporto sopra citato che se rotto potrebbe implicare un ennesimo crollo del prezzo, avvicinandosi al secondo supporto a 42,61 dollari, visibile sul grafico settimanale.

Ulteriore aspetto da non sottovalutare è rappresentato da una sorta di rivoluzione verde immaginata dalla Cina, attraverso ingenti investimenti sulle energie rinnovabili, le tecnologie ecologicamente compatibili fino ad arrivare all’incremento della domanda di palladio utile alla produzione delle marmitte catalitiche delle automobili con l’obiettivo di contrastare le emissioni inquinanti. Questo aspetto ha contribuito alla crescita della quotazione del metallo, dovuta principalmente al deficit di domanda rispetto ad una importante offerta.

Da segnalare sul grafico daily il supporto che si è formato in area 2151,7 dollari l’oncia. Dato il clima di incertezza, misto a cautela, attendo una continuità del prezzo all’interno del canale laterale configuratosi a partire da poco più di due settimane, evidente nell’allegato sottostante l’articolo.

Focus centrato sempre sulla Cina anche per quel che riguarda il rame dove si produce la maggior parte del metallo raffinato. La candela giornaliera di metà gennaio ha dato il via alla serie di continui short, terminati con l’inversione di tendenza di questi ultimi giorni. Inversione che inizialmente poteva risultare ingannevole ma, a tutt’oggi, appare decisamente confermata dalla Morning Star, ben evidente sul grafico daily. Attualmente la forza del nuovo trend sembra ancora riconfermata dalla candela successiva bullish, rispetto alla Morning Star, che darebbe la spinta giusta a ritestare area 2.668 dove potremmo riscontrare ulteriori ripartenze. La continuità del vecchio trend ribassista la si può riconfermare solo a seguito della rottura del supporto a 2.490 che riprenderebbe i minimi di dicembre 2016.

Sul natural gas, la candela Upper Shadow di novembre ha graficamente preannunciato una situazione di ribasso imminente. Configurazione che solitamente si verifica dopo un trend di lungo periodo al rialzo. Continua il deciso canale ribassista, seppur con timidissimi segnali di cambio di trend. Da ricordare che il natural gas, quotato in dollari al New York Mercantile Exchange, con l’unità di misura base pari a un milione di British Thermal Unit, è influenzato anche dal valore del dollaro, pertanto, dal punto di vista macroeconomico, un biglietto verde forte può incidere sul prezzo della commodity.

E’ però fuor di dubbio che il problema in questo momento viene alimentato da altri fattori. Domanda bassa, rispetto all’offerta, ha contribuito alla forte debolezza della materia prima, spingendo il prezzo al minimo di agosto 2019 intorno ai 2,033, fino al Gap individuabile a 1,905 e più precisamente in data 20 gennaio. Attenzione, lo stesso non si è ancora chiuso. Il natural gas si è ulteriormente indebolito a 1,757 avvicinandosi al prezzo del 2016 individuato con il supporto a 1,734, area in cui possono verificarsi delle ripartenze, come specificato nel mio precedente articolo “Dall’intuizione di William Hart alle aspettative di questi giorni…”.





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