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ROMA – Non è stato solo il Covid. Anche prima, anzi per la precisione a partire dal 2000, l’Italia aveva perso 380 miliardi di ricchezza rispetto alla crescita media dell’Area Euro. A calcolarlo è il Focus Censis/Confcooperative “Recovery, Italia ultima chiamata”. Un titolo che dà subito il senso dello studio, perché proprio i fondi del Pnrr, uniti a quelli di diversa provenienza stanziati o da stanziare per le infrastrutture, in tutto 192,4 miliardi, dovrebbero dare il via a un ciclo virtuoso che dovrebbe generare effetti positivi per 666 miliardi, con una ricaduta molto importante per l’occupazione, 4,2 milioni di posti di lavoro in più. A patto che si crei anche l’ambiente giusto per un impatto positivo degli investimenti: le imprese dovranno impegnarsi a superare il gap storico con gli altri Paesi Ue che ci vede tra gli ultimi per la presenza dei laureati, e per il livello di digitalizzazione (è basso per 82 imprese su 100 con almeno 10 addetti).

Lo studio Censis/Confcooperative si apre con una richiesta che in realtà era già pressante prima del Covid, ma ora è diventata non più rimandabile: “Occorre un via libera veloce ai cantieri”, dice il presidente di Confcooperative Maurizio Gardini, spiegando che si tratta di una condizione imprenscindibile per “mettere il turbo alla nostra economia”. Altrimenti anche i nostri punti a favore, come l’export, potrebbero arretrare, e in parte questo è già avvenuto, sostiene Gardini, visto che l’Italia è il 9° Paese al mondo per export con 476 miliardi di euro, ma occupa solo il 21° posto nella classifica della Banca Mondiale sul Logistic Performance Index: “L’export ha rappresentato la ciambella di salvataggio per le ambizioni di sviluppo e di futuro di molte imprese, oltre che del Paese negli anni più duri della crisi. Per continuare a essere leva di sviluppo, occorre colmare il gap che ci separa dai principali competitor. Il ritardo infrastrutturale pesa per 60 miliardi di mancato export”. Un ritardo accumulato nonostante “il made in Italy dall’agroalimentare alla moda, dal tessile all’aerospazio è un brand che identifica l’Italian style con l’eccellenza, ricercata e apprezzata in tutto il mondo tanto che l’Italian sounding, solo nel food, è di oltre 90 miliardi di euro”.

Il 70% delle risorse del Pnrr (circa 223,91 miliardi) verrà destinato a investimenti pubblici, per un valore pari a 156,7 miliardi di euro per il periodo 2021-2026. Da questi investimenti, ragionano gli autori dell’indagine, potrebbe portare a un effetto “leva” di quasi 200 miliardi in sei anni, ai quali aggiungere l’effetto “domanda” di 96,1 miliardi. In totale nel periodo si otterrebbe un incremento del valore della produzione complessiva (valore aggiunto e consumi intermedi) pari a 296 miliardi di euro e 1,9 milioni di occupati attivati (unità di lavoro a tempo pieno).

E questa è solo una parte del programma. Ci sono poi i tre grandi capitoli Mezzogiorno, digitale e Green New Deal. Per quanto riguarda il Sud, se si destinassero alla parte meno sviluppata del Paese la metà degli investimenti si avrebbe un incremento di Pil a fine periodo dell’11,6%. Da valutare anche le ricadute positive della digitalizzazione e degli investimenti verdi: si potrebbero creare fino a 7 milioni di posti di lavoro in più, calcola in Censis, che invita anche a tener presente l’esigenza di ridurre gap e disuguaglianze, includendo in particolare donne e giovani nei programmi di assunzione.



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