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MILANO – I Paesi esportatori di petrolio riaprono leggermente i rubinetti del greggio e le quotazioni accelerano nonostante la previsione di aumento dell’offerta. Alla chiusura di ieri a New York, il greggio Wti del Texas è salito del 3,87% a 61,45 dollari al barile, mentre il Brent è cresciuto a 64,86 dollari (+3,38%).

Ieri i membri del raggruppamento Opec+ hanno deciso, a sorpresa, di aumentare  la produzione giornaliera di greggio  di circa 350.000 barili al giorno il mese prossimo, di altri 350.000 a giugno e di 400.000 a luglio. Una decisione che smentisce le indiscrezioni della vigilia, dopo che il ministro dell’Energia saudita, il principe Abdulaziz Bin Salman aveva espresso cautela sui tempi di ripresa della domanda, lasciando intendere che i Paesi non avrebbero apportato modifiche al livelli dell’offerta.

Ad influire sulla decisione sarebbe stata una telefonata tra il nuovo segretario all’Energia Jennifer Granholm, nominata dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden, e lo stesso Bin Salman, che ha però escluso pubblicamente che la telefonata abbia riguardato le decisioni dell’Opec.

In base all’intesa i tagli Opec+ dovrebbero così ridursi a poco più di 6,5 milioni di barili al giorno rispetto ai circa 7 milioni attuali oltre il taglio volontario di un milione di barili al giorno dell’Arabia Saudita. Il Kazakistan ha confermato che produrrà più petrolio a maggio e a giugno, ma non ha ancora fornito cifre. Mentre la Russia nei tre mesi aumenterà la propria produzione di 114.000 barili al giorno, ha spiegato il vice primo ministro Alexander Novak.

 

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