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Immagino vi starete chiedendo chi sia , ma soprattuto dove si nasconda il folletto.
Tranquilli, ci arriveremo presto.
Vi chiederete anche perché fra gli dei ho annoverato solo questi fab-four, quando a cadere di questi tempi sono in molti.
Mi compiaccio invece se cogliete il nesso col film di Luchino Visconti. Perché, da qualsiasi punto la si guardi, pur sempre di una forma di dittatura si sta parlando.

Ma torniamo a parlare di finanza e dintorni. Iniziamo con un dato. Aritmetico.

Nella seduta di ieri 8 marzo, i fab-four hanno bruciato qualcosa come $ 187.800 B di capitalizzazione (dollaro più, dollaro meno)

Anche se un numero buttato giù così può anche dirvi poco, quando realizzerete che si tratta del 86% dell’attuale capitalizzazione di mercato di Netflix (che con i quattro completa il famoso FAANG) allora la storia cambia, eccome…

Non che le ultime due settimane siano state una luna di miele per i mercati Usa, eh!?

Nell’analisi precedente (sotto in allegato) ponevo l’accento sul fatto che in queste nervose settimane i mercati Usa hanno già eroso, in termini di capitalizzazione, una cifra non molto inferiore ai tanto attesi $ 1.900 T che il governo verserà nelle tasche dei cittadini…

Si è parlato fin troppo (e se ne parlerà credo ancora per un po’) dell’incremento della curva dei tassi d’interesse. E di inflazione. Questo perché, come spesso accade, si innescano delle fisiologhe ripercussioni sui mercati, che interessano maggiormente le large-cap-grows-companies, principalmente – ed è questo il caso dei big-tech, ma non solo – le più sopravvalutate.

Su un altro tema al contrario si è ragionato fin troppo poco. Il G20.

Come saprete, dal 1 dicembre 2020 l’Italia ne detiene la presidenza e l’8-9 febbraio si è tenuta, in videoconferenza, la prima riunione della DEFT (Digital Economy Task Force).

Io ovviamente non sono al corrente di cosa si siano detti, ma non ho potuto fare a meno di notare come da quei giorni, in meno di un mese, abbiamo assistito a un balzo del 40% su US10Y (Grafico 1), che ha finito per generare non poca tensione fra gli operatori di Wall Street.

Coincidenza? Chi lo sa!?

Grafico 1 – US10Y Rendimento titoli di stato Stati Uniti 10 anni

Le conseguenze non hanno tardato a ripercuotersi anche sui nostri quattro dei. Se pur con un’intensità “differenziata”. Google e Facebook hanno retto meglio. Per il momento.
Perché? Non lo so.

Ma prima di proseguire, facciamo un rapido balzo indietro, fino a quando i quattro finirono “sotto processo” e sui banchi del senato è comparso un atto d’accusa di 449 pagine, fra le quali compariva ben 120 volte la parola “monopolio”…

ACCUSE PESANTI.

I pionieri delle startup venivano paragonati ai baroni del petrolio e ai magnati delle ferrovie.

Dettando prezzi e regole per commercio, motori di ricerca, pubblicità, servizi social e editoria, venivano apostrofate come autoproclamati “gatekeeper”. GUARDIANI.

Spingendosi a “sollevano il dubbio se si ritengano al di sopra della legge o semplicemente considerino il violare la legge come un costo per fare business”.

I repubblicani tentennarono, ma sappiamo tutti com’è finita. Un sostanziale nulla di fatto.

Torniamo quindi ai giorni nostri, quando ci ritroviamo con il neo-ministro dell’Economia, Daniele Franco (no, non è lui il Folletto!), che nella conferenza stampa al termine del G20 dei ministri delle finanze afferma che la riforma del sistema di tassazione internazionale “è diventato un compito URGENTE dato il ruolo PREMINENTE assunto dei servizi digitali.” E ancora, “il G20 porterà avanti il lavoro per trovare un consenso globale per arrivare, ENTRO LA METÀ DEL 2021, a un accordo sulla tassazione minima delle imprese multinazionali e dei giganti del web.

Sappiamo anche che, anche con tutte le buone intenzioni di Franco, le sue recenti entusiastiche esternazioni – da sole – resterebbero parole nel vuoto.

Ma ecco che entra in scena il nostro folletto.

Il folletto, al secolo Janet Yellen, attuale Segretario al Tesoro Usa, nonché ex presidente della Federal Reserve (2014-2018), ha pensato di farla proprio grossa…

Scrive Reuters sul suo sito , citando un dirigente del tesoro amaricano, che la segretaria ha garantito (si, garantito!) ai suoi colleghi del G20 che gli Usa non sosteranno più la clausola del “safe-harbor”.

La clausola, introdotta dal suo predecessore Steve Munchin, prevedeva una sorta di tassazione opzionale, mettendo di fatto “al riparo” i colossi digitali americani.

Una mossa che aveva portato a malumori diffusi e a un sostanziale stallo nelle trattative.

Argomenti scollegati, direte voi: monopolio e tassazione internazionale.

Nulla di fatto per il primo, solo promesse (per il momento) nel secondo caso.

Premesso che non sono un’analista finanziario, ma un’umile trader come tutti voi con la passione per il mondo della finanza, ho investito il tempo che è servito a scrivere quest’articolo con la speranza di avviare un confronto costruttivo su questi temi, che ritengo decisamente interessanti per i prossimi sviluppi sui mercati.

Concludo quindi seminando interrogativi.

Si riuscirà ad approdare a una seria regolamentazione?

Si tratta per l’ennesima volta di una ghiotta occasione per un “buy the dipsui FAANG+?

Se come credo fermamente la tecnologia rappresenta il futuro, non conviene forse ampliare gli orizzonti, alla ricerca di realtà (poco o meno sopravvalutate) con prospettive di crescita più tangibili?

Nonostante sia stato fra primi ad acquistare un Mac e la mela morsicata sia tuttora il mio brand di riferimento, mi spingo a chiedervi: riuscirà davvero Apple a generare così tanta ricchezza da poter vedere il suo valore di mercato approssimativamente triplicato nei prossimi due anni?

Grafico 2 – Apple . Regressione lineare. Vettore minimi aprile ’20 – massimi gennaio ’21

Ogni contributo è per me quanto mai gradito, però – vi prego – non insultatemi se oggi il Nasdaq segnerà un +3%, magari trainato dai maxi rialzi delle FAANG+. Peraltro possibilissimo, anche se questo certo non comprometterebbe la coerenza e la fondatezza delle mie riflessioni. 😉

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