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© Reuters. Il logo dell’Eni sulla facciata della sede centrale dell’azienda nel quartiere Eur a Roma. 23 dicembre 2017 REUTERS/Alessandro Bianchi

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di Emilio Parodi

MILANO (Reuters) -La procura di Milano si appresta a chiedere l’archiviazione per Eni (MI:) e il suo AD Claudio Descalzi nell’ambito dell’inchiesta in cui sei persone sono accusate di aver depistato le indagini su casi di presunta corruzione in Algeria e Nigeria.

E’ quanto si apprende da fonti giudiziarie e dall’atto di chiusura indagini, il documento che precede la presentazione delle richieste di rinvio a giudizio da parte della procura per le persone che vi sono elencate.

Gli indagati di questo capitolo, cinque fra ex ed attuali manager Eni e un legale, avranno ora 20 giorni di tempo per decidere se farsi interrogare o depositare nuova documentazione.

    In un filone della stessa inchiesta, si legge nell’atto, la procura contesta a tre società di trading petrolifero e ai loro referenti il reato di truffa e frode in commercio ai danni dell’Eni per la tentata fornitura di un cargo di petrolio, definito “di origine incerta”, bloccato dalla stessa Eni al largo del porto di Milazzo nel maggio 2019.

    Si tratta delle società Napag (più precisamente Napag Italia srl in liquidazione con sede a Roma, Napag IT Ltd con sede a Dubai e Napag Trading Ltd con sede a Londra), Oando Trading con sede a Dubai e ETS (Eni Trading & Shipping)società all’epoca al 100% di Eni, ma in seguito posta in liquidazione dal gruppo petrolifero italiano.

Eni non commenta. Non è stato possibile al momento ottenere un commento dai legali delle altre società e da quelli di gran parte degli indagati, contattati da Reuters per email.

    DEPISTAGGIO, IPOTIZZATA ASSOCIAZIONE A DELINQUERE

    Ai sei indagati, fra cui spicca Massimo Mantovani, ex vicepresidente e capo degli affari legali di Eni ed ex presidente di ETS, viene contestato di aver cercato di inquinare le inchieste su Algeria e Nigeria in favore dell’Eni e dei suoi vertici.

    I due processi per corruzione internazionale si sono conclusi comunque con una piena assoluzione di tutti gli imputati. 

    I pm ipotizzano ora a carico degli indagati il reato di associazione a delinquere finalizzata a calunnia, diffamazione, intralcio alla giustizia, induzione a non rendere dichiarazioni, false dichiarazioni al pm, favoreggiamento e corruzione fra privati.

    Nell’atto si legge che la procura accusa i sei di essersi associati per compiere dal 2014 al 2019 “attività dirette a inquinare lo svolgimento dei procedimenti [allora in corso a Milano]… nei confronti di Eni e suoi dirigenti apicali”.

    Nel documento si citano attività per screditare i consiglieri indipendenti di Eni Luigi Zingales e Karina Litvack, esposti anonimi e denunce presentate alle procure di Trani e Siracusa che ipotizzavano un complotto, dimostratosi poi falso, ai danni dell’Eni e del suo AD, condizionamento di testimoni.

Nell’elenco dei sei figurano anche l’ex manager Eni Vincenzo Armanna, coimputato e contemporaneamente accusatore nel processo Eni Nigeria, l’ex legale esterno dell’Eni Piero Amara, al centro di altre inchieste in diverse procure e autore dei verbali sulla cosiddetta “loggia Ungheria”, e l’ex chief upstream officer di Eni Antonio Vella.

LEGALI MANOTOVANI: ACCUSE GENERICHE E INCONSISTENTI

“Dopo quasi cinque anni di indagini, tutto ciò che si è potuto partorire nei confronti dell’avvocato Mantovani è una serie confusa di accuse generiche, nelle quali non si individuano né comportamenti specifici né gli interessi che l’avrebbero mosso nel compimento di tali presunte attività”, commentano in una nota i difensori dell’ex manager Eni, Tullio Padovani e Francesco Centonze.

“Accuse di una labilità e di una inconsistenza sconcertanti destinate quindi a sfaldarsi quando approderanno alla valutazione di un giudice”.

Preferisce invece al momento non commentare il legale di Vella, avvocato Vinicio Nardo.

PER ARMANNA E AMARA CALUNNIA AI DANNI DI DESCALZI

    Nell’ambito delle indagini preliminari sul “depistaggio” fra gli indagati figuravano anche la società Eni, Descalzi e il capo del personale del gruppo Claudio Granata.

    Nessuno dei tre nomi è ora nell’atto di chiusura indagini. Fonti giudiziarie riferiscono che la procura si prepara a chiedere l’archiviazione per tutti e tre.

    Eni, spiegano le fonti, era stata indagata come persona giuridica in quanto proprietaria al 100% di ETS. Ma le verifiche hanno poi invece dimostrato la totale indipendenza decisionale della società di trading, ora posta in liquidazione.

    Per Descalzi e Granata non è stata raccolta prova di un loro coinvolgimento.

    Anzi, dal documento si evince che Armanna e Amara sono indagati per calunnia per aver accusato “falsamente”, in un secondo tempo, proprio i due dirigenti apicali Eni.

    IL CARGO DI PETROLIO “SOSPETTO”

    Quello della nave col petrolio “sbagliato”, bloccata poi dalla stessa Eni che denunciò la vicenda, è un affaire che ebbe grande risalto nel maggio e giugno 2019 sulla stampa internazionale per il rischio corso dal gruppo italiano di infrangere a sua insaputa le norme sull’embargo Usa al petrolio iraniano.

    La procura di Milano, nell’atto di chiusura inchiesta, contesta la truffa e la frode in commercio alle tre società ETS, Napag, Oando, e ai loro vertici, protagoniste della tentata compravendita ai danni dell’Eni.

    NAPAG FORNITORE “CANCELLATO” DA ENI

    La società di trading petrolifero Napag, dell’indagato Francesco Mazzagatti, era stata cancellata dall’elenco fornitori dell’Eni dal febbraio 2019 in seguito all’acquisto nel maggio 2018 da parte di ETS (per Eni) di un carico di polietilene (HDPE) da quasi 26 milioni di euro che poi Napag aveva dovuto restituire perché l’operazione non si concluse in quanto stipulata in violazione delle procedure interne Eni.

    La procura fra l’altro, nell’atto, ipotizza che quell’operazione sarebbe servita per far arrivare 307.000 euro ad Amara, che viene definito  “in cointeressenze economiche” con Napag.

    Eni, in seguito anche a quella vicenda, licenziò Alessandro Des Dorides, allora senior vice president trading oil & operations di ETS, fra gli indagati ora per truffa.

“Le accuse al mio assistito sono palesemente infondate, come abbiamo già avuto modo di chiarire in ben tre memorie difensive – ha risposto a Reuters il legale di Des Dorides, avvocato Oliviero Mazza, aggiungendo che comunque in astratto gli addebiti mossigli sono marginali e minori – Va rilevata l’anomalia della notifica dell’avviso di conclusione delle indagini senza contestuale deposito degli atti”.

    “FALSI ATTESTATI PER ORIGINE IRACHENA DEL GREGGIO”

    La procura, si legge nell’atto, contesta la truffa, oltre alle tre società per la legge sulla responsabilità degli enti, a Mantovani come presidente di ETS, e a Des Dorides, a Mazzagatti e al suo socio in Napag Giuseppe Cambareri, e a Boyo Omamofe, amministratore di Oando Trading.

    I magistrati li accusano di aver nascosto la reale provenienza del con una falsa documentazione che lo attestava come petrolio iracheno caricato dal terminale petrolifero di Basrah il 27 aprile 2019.

    Nell’atto di chiusura indagini, non viene citato il sospetto dell’origine iraniana del petrolio. Ma due fonti dell’Eni nel luglio 2019 dissero a Reuters che il timore della società era proprio che almeno parte del carico venisse dall’Iran, in violazione dell’embargo Usa. 

   Fonti giudiziarie aggiungono di ritenere che l’origine potesse essere effettivamente quella iraniana. Ma spiegano che la procura ha potuto contestare solo la truffa e la frode in commercio perché il carico non venne mai consegnato e non vennero espletate le operazioni doganali. E senza queste due condizioni, per legge non si può contestare la violazione dell’embargo.

    La procura, nell’atto di chiusura inchiesta, scrive che Napag, in seguito all’operazione di vendita del polietilene da ETS, acquistò un impianto petrolchimico in Iran nel maggio 2018.

    Nel documento i magistrati accusano quindi le tre società e i suoi responsabili di aver celato Napag, ritenuto il vero fornitore ma già “bandita” da Eni, attraverso l’intermediazione di Oando.  E di aver effettuato la consegna del carico, secondo l’accusa per occultarne l’origine, attraverso il passaggio da nave a nave fra tre cargo: la Abyss (risultata non abilitata al terminal di Basrah), la New Prosperity e infine la White Moon.

    Quest’ultima arrivò al largo del terminal di Milazzo il 24 maggio, ma le analisi dell’Eni sul greggio il giorno dopo dimostrarono che non era compatibile con l’origine attestata (Basra Light Crude), ma era di qualità nettamente superiore.

    Il carico venne quindi rifiutato, l’Eni il 6 giugno comunicò la risoluzione del contratto a Oando. E gli oltre 41 milioni di euro (un prezzo comunque troppo basso per l’elevata qualità accertata dalle analisi sul carico) vennero restituiti al gruppo italiano.

(Emilio Parodi, in redazione a Roma Stefano Bernabei, mailto:emilio.parodi@thomsonreuters.com; +39 06 8030 7744)



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