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Milano – Nel panorama del capitalismo italiano, ricco di piramidi che permettono di controllare una società attraverso le holding che le stanno sopra – e quindi spesso con quote di capitale irrisorie – troneggia un nuovo edificio che sta creando molte curiosità e qualche timore.

È la piramide rovesciata edificata da Leonardo Del Vecchio in Mediobanca e Generali. Una piramide al contrario perché con un impegno finanziario massimo – 1,65 miliardi investiti per essere primo azionista di Mediobanca con il 18,9% – al momento la presa di Del Vecchio sulla banca d’affari è minima o meglio inesistente, visto che non ha nemmeno un posto in cda.

Anche al piano di sotto, quello delle Generali – dove Mediobanca è il principale socio con il 12,9% e Del Vecchio è terzo con il 4,8% (una quota che vale circa 1,3 miliardi) –, la presa dell’imprenditore è limitata: di 13 membri del cda del Leone esprime solo Romolo Bardin, amministratore delegato della Delfin, che è appunto la finanziaria di Del Vecchio. La Delfin amministra oltre 25 miliardi di asset, 4,5 in più di un anno fa, concentrati sulle attività industriali come gli occhiali di Essilux (21,7 miliardi) e l’immobiliare di Covivio (1,9 miliardi).

Molti soldi investiti in Mediobanca e poco potere, c’è qualcosa che non torna. Tanto più che Del Vecchio ha fama di essere un imprenditore che quando investe vuole poter decidere, come è accaduto ad esempio in EssiLux, nata nel novembre 2018 dalla fusione tra la sua Luxottica e la francese Essilor, dove ha dovuto aspettare tre anni ma alla fine è riuscito ad ottenere una governance che riflettesse il suo ruolo di azionista predominante e ha messo Francesco Milleri come ad.

L’annuncio della salita di Del Vecchio quasi al 19% di Mediobanca, arrivato giovedì, non ha sorpreso Piazza Affari: il titolo ha chiuso in parità a 9,86 euro (-0,08%), e del resto la stessa Mediobanca ha scontato da tempo il fatto che l’imprenditore sarebbe salito fino al 20% per cui ha avuto l’autorizzazione dalla Bce lo scorso 26 agosto. Ma proprio qui sta uno degli interrogativi maggiori.

Per avere l’autorizzazione a salire fino al 20% di Mediobanca, la Delfin si è dichiarata investitore “finanziario”; una dichiarazione che comporta anche che un investitore di questo genere non possa influenzare governance, management e strategia della banca di cui compra le azioni. Del resto, Mediobanca ha rinnovato a ottobre il proprio consiglio per tre anni, votando a maggioranza la lista proposta dallo stesso cda uscente guidato dall’ad Alberto Nagel.

È vero che Del Vecchio in quell’occasione ha votato i rappresentanti di Assogestioni, ma sarebbe molto difficile che adesso l’imprenditore possa sfiduciare l’attuale cda senza violare gli impegni presi con la Bce. Del resto, Del Vecchio non ha mai esplicitato un’ipotesi di questo genere, anche se in ambienti a lui vicini si sottolinea che alcuni degli attuali consiglieri rappresentano ex azionisti della banca – ad esempio Fininvest – e non soci attuali. Possibile che l’imprenditore auspichi che da Mediobanca arrivi un segnale: le dimissioni di qualche consigliere per far posto al nuovo e pesante socio.

La partita di Mediobanca si riflette inevitabilmente anche sulle Generali, dove a fine luglio si aprirà il cantiere della governance: anche qui il tema è se proporre o meno una lista presentata dal cda, e quasi in automatico optare quindi per la riconferma dell’ad Philippe Donnet. Mediobanca punta a questa strada, il secondo socio Francesco Gaetano Caltagirone, con oltre il 5%, pare pensarla in modo diverso, Del Vecchio non si sa.

Se l’imprenditore avesse voluto puntare i piedi a Trieste, investendo la stessa somma che tra il settembre 2019 e oggi ha puntato su Mediobanca, avrebbe potuto comprare un 6% aggiuntivo di Generali (contro il 2,6% rilevato indirettamente via Mediobanca). Ma a quanto pare Del Vecchio è convinto nelle potenzialità dell’istituto guidato da Alberto Nagel, e non disdegna neppure la ricche cedole promesse: nel piano industriale di Mediobanca 2019-2023 si arriva a un monte dividendi massimo di 2,5 miliardi, che per il primo socio significherebbe circa mezzo miliardo in 4 anni.

Tutto si tiene, tranne il fatto che con il suo 19% Del Vecchio non ha ancora chiarito come si aspetta che in Mediobanca venga creato valore. Quello che invece è pronto a offrire sia a Generali sia a Mediobanca è un sostegno finanziario di lungo periodo, come ha fatto con Unicredit, di cui come socio al 2% (0,44 miliardi) ha seguito tutti gli aumenti di capitale, nonostante che per Delfin in teoria, quella in piazza Gae Aulenti sia una delle poche ciambelle riuscite senza il buc



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