fbpx


Dopo l’emanazione del Decreto Liquidità pare che il Governo abbia finalmente deciso di cambiare il proprio approccio per aiutare le aziende, passando dal debito ad altre forme più vicine a finanziamenti senza restituzione.

È però auspicabile che questa nuova linea di pensiero – peraltro più volte consigliata, seppur con sfumature differenti, anche da Banca d’Italia in una relazione pubblicata qualche tempo fa e più recentemente da Assonime (Associazione delle società italiane per azioni) con il documento 8/2020 – si traduca in norme di legge chiare e soprattutto efficaci sin da subito.

Per aiutare effettivamente il mondo delle imprese, bisogna allinearsi al modo di pensare degli imprenditori in questo momento, basato su priorità precise e obiettivi concreti: avere la liquidità necessaria per produrre beni e servizi, coprire i costi fissi e finanziare il tempo necessario per l’incasso dei crediti. Tuttavia (e per fortuna lo si è compreso), data la variegata articolazione finanziaria delle loro attività, questi obiettivi non si raggiungono con provvedimenti indirizzati solo sul debito. Questo da solo non è idoneo per aiutare aziende in crisi di liquidità, di fatturato, di mercato, perché prima o poi il debito bisogna restituirlo e la mancanza di flussi di cassa potrebbe rendere questa operazione impossibile.

La liquidità quindi non deve provenire solo da debito, ma deve derivare anche (e forse soprattutto) da forme di apporto a titolo di equity o “paraequity”, così da contribuire al riequilibrio finanziario complessivo dell’impresa, compromesso proprio dalla pandemia. Inoltre i finanziamenti devono essere di importo tale da assicurare un naturale passaggio dalla fase emergenziale a quella del ritorno alla normalità.

Ciò premesso, per generare equity, è necessario che i finanziamenti bancari alle imprese con garanzie SACE e Fondo PMI ex Decreto Liquidità artt. 1 e 13 (almeno in parte) possano essere trasformati in strumenti finanziari partecipativi (SFP), da cedere ad una o più società veicolo pubbliche (magari una per ogni filiera produttiva) sotto l’egida della Cassa Depositi e Prestiti.

Tale operazione darebbe alle imprese una flessibilità finanziaria di gran lunga maggiore rispetto al mero debito, in quanto esse potrebbero rimborsare tali SFP in più modalità: dividendi, apporti dei soci, ingresso nel capitale di altri investitori, riacquisto diretto, il tutto in un arco temporale più lungo, che potrebbe essere decennale.

Lo Stato dal suo canto invece, grazie a questa iniezione di equity e dinanzi a un ragionevole recupero di valore delle imprese finanziate, potrebbe averne anche un profitto, cedendo (in tutto o in parte) le società veicolo a grandi investitori istituzionali e destinando il controvalore (con le eventuali plusvalenze) al rimborso anticipato dei titoli pubblici emessi per finanziare gli SFP.

Insomma, così strutturato, il desiderato versamento a fondo perduto potrebbe funzionare e avere significativi effetti positivi:  

  • miglioramento della Posizione Fianziaria Netta (PFN) delle imprese e quindi del loro valore e della loro competitività;
  • cancellazione dai bilanci delle Banche dei crediti erogati ex Covid, con conseguente liberazione di plafond per ulteriori interventi finanziari e annullamento rischi NPL;
  • decisione sulle modalità di estinzione degli SFP nelle mani dell’imprenditore (aspetto psicologico essenziale).

Certamente, ci sono altri aspetti di processo che andranno regolati, quali l’esclusione del diritto di voto per i possessori di SFP, la loro trasferibilità a terzi, i costi accessori e così via, ma sono aspetti che non cambieranno la sostanza.

Ovviamente, data la particolarità dell’istituto, esso non appare spendibile per le “microimprese” o per importi bassi, e in tal caso la soluzione migliore rimane la trasformazione del finanziamento bancario, previo accollo da parte dello Stato, in un contributo a fondo perduto che, dovrebbe avere, quanto meno, queste caratteristiche:

  • detassazione ai fini IRES/IRPEF – IRAP;
  • utilizzo solo per coprire perdite e non per distribuire utili o aumentare il capitale sociale.

Questo programma non è completo ma deve essere accompagnato contestualmente da provvedimenti in campo fiscale per l’emergenza e per la ripartenza quali, ad esempio:

  • esenzione IVA e credito d’imposta per le spese per la riapertura (attrezzature – opere murarie – formazione – consulenze tecniche – ecc.);
  • sterilizzazione del meccanismo di calcolo della deduzione degli interessi passivi e del regime delle società di comodo per il 2020 e 2021;
  • deduzione fiscale degli accantonamenti per perdite su crediti raddoppiata e di una percentuale delle spese generali e fisse sino al 31.12.2020;
  • rafforzamento significativo dell’ACE per favorire apporti di capitale degli imprenditori;
  • esenzioni da IRES e IRAP di 5 anni per i nuovi insediamenti industriali o per ricollocazione in Italia di stabilimenti esteri;
  • Credito d’imposta per nuovi investimenti.

Al fine di velocizzare l’immissione di finanza di debito ex COVID19 che comunque rimarrà operativa, occorre prevedere, infine – andando così incontro anche alle istanze delle Banche – una istruttoria basata solo su autocertificazioni e la manleva da responsabilità civili e penali per chi eroga per conto dello Stato. L’idea del ricorso agli strumenti finanziari partecipativi è solo una tra quelle possibili ovviamente. Non basta avere idee, però, occorre avere la forza per realizzarle.

*Consigliere Delegato Synergia Consulting Group



Source link

REGISTRATI ORA
%d bloggers like this: