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ROMA – Un primo maggio all’insegna della paura di perdere il lavoro. Una paura condivisa dalla metà degli italiani, attesta l’indagine commissionata dall’Ugl in occasione del 70° anniversario della fondazione. Ancora più alta la percentuale di chi ritiene che in Italia per via del coronavirus ci saranno disoccupati. Gli italiani sono persino preoccupati di perdere i propri risparmi: a dichiararlo il 61,4%. E c’è anche molta delusione per il sostegno ricevuto finora da Bruxelles: il 70% degli italiani valuta come inadeguata la cooperazione Ue in materia di lotta al coronavirus, anche se questo non si traduce in voglia di isolamento, non per tutti almeno, la quota di chi si dice contrario alla permanenza nell’Unione è alta ma non maggioritaria (42%).

Il lavoro è fonte di grande preoccupazione soprattutto per chi si è trovato più esposto all’emergenza, a comincaire dalle microimprese, colpite più duramente dal blocco delle attività imposto dai decreti del governo: ferme oltre il 57% delle aziende con un solo addetto. In generale, tra i 7,1 milioni di lavoratori ancora bloccati si concentrano giovani, precari, redditi bassi. A loro si aggiungono i lavoratori in nero e quelli della gig economy, difficili da quantificare: in parte hanno continuato con grandi difficoltà e pochissime garanzie, ma in parte sono stati travolti dalla crisi. Molti di loro, a cominciare dai lavoratori stagionali del turismo non inclusi nelle categorie Ateco indicate dal decreto, non hanno diritto ad alcuna forma di tutela, non hanno avuto i 600 euro, stanno aspettando il reddito di emergenza, che arriverà con il prossimo decreto, programmato per aprile ma ormai slittato a maggio.

Solo il 25,5% degli italiani, in generale, si dichiara ottimista. Ma moltissimi temono persino di dover dar fondo ai propri risparmi, per sopravvivere (61,4%). Quasi l’80% dichiara di sentirsi meno sicuro rispetto al passato. Si tratta, rileva il Censis, di una insicurezza “innestata nell’intimo della vita quotidiana fino a minacciare la stessa salute delle persone, tramutandosi in una sorta di biopaura”. Una paura che non viene arginata dai decreti economici, dalla promessa e neanche dall’erogazione di bonus e contributi. E’ la paura che crolli tutto, legata alla “mancata ripartenza della macchina economica e della produzione di valore economico e sociale”.

Del resto la crisi devastante scatenata dal coronavirus si innesta in una prolungata e faticosa fase di bassa crescita: nell’ultimo decennio il Pil italiano è cresciuto solo del 2,4%, gli investimenti sono calati del 7,2% e i consumi reali delle famiglie sono cresciuti di un modestissimo 1,8%. Molto lentamente, l’occupazione era risalita ai livelli precrisi, ma con molta precarietà.

Decisamente in crisi anche la percezione dell’Unione Europea: il 70% degli italiani valuta in suo apporto nell’emergenza coronavirus inadeguato, contro il 49% della Francia e della Germania. E il 71% degli italiani è convinto che il coronavirus sta distruggendo la Ue come istituzione. Cresce la quota degli italiani che ha fiducia nei sindacati, arriva al 34%. Gli ultimi sondaggi e Rapporti avevano rilevato una crescente e ampia sfiducia nei corpi intermedi. Ma è fortissima la sfiducia nello Stato: per quasi 9 italiani su 10 ha potere decisionale limitato o nulla in materia economica.



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