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Price To Book Ratio e Residual Income Model. Sono queste le due metriche che potrebbero tornare utili in questo periodo


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L’incertezza resta una delle protagoniste di questo periodo sui mercati finanziari, nonostante il vigoroso rimbalzo che è andato in scena nelle ultime settimane. In un contesto del genere, perdere la bussola sulla visione di lungo periodo e sull’importanza dei fondamentali rappresenta uno dei rischi più comuni per gli investitori.  A dirlo Antonio Amendola, co-gestore di Italia ed Europa AcomeA sgr, che in tema di fondamentali pone l’accento su alcune questioni. Innanzi tutto, ricorda che l’attuale scenario storico totalmente nuovo, è in quanto tale rende quanto mai difficile fare previsioni sulle principali voci di bilancio aziendali. Motivo per cui le stime degli stessi analisti, infatti, presentano importanti range di dispersione.
“Oggi, guardare alle classiche metriche come P/E (rapporto tra prezzo e utili) o Ev/Ebitda (rapporto tra valore dell’impresa e il margine operativo lordo) può portare a conclusioni quanto mai inappropriate”, afferma Amendola spiegando che “nessuno può sapere con precisione i ricavi aziendali e se ci sarà o meno una nuova fase di lockdown. Tuttavia, questo esercizio d’analisi, seppur difficile, non è impossibile e non vuol dire certamente abbandonarsi al caso”. Secondo l’esperto di AcomeA, questo potrebbe essere il momento ideale per riscoprire strumenti e metriche fino ad oggi per cenrti versi un pò tralasciate, come il Price to Book Ratio e il Residual Income Model.

Price To Book Ratio e Residual Income Model: di cosa si tratta

Ma quali sono le differenze tra  il Price To Book Ratio e Residual Income Model? Antonio Amendola, co-gestore di Italia ed Europa AcomeA sgr, spiega le due metriche.

Si parte dalla definizione di Price to book ratio che non è altro che il rapporto tra il prezzo di mercato di un’azione e il suo valore di bilancio del capitale. “Idealmente un’azione dovrebbe trattare, con le dovute eccezioni, intorno al valore contabile del capitale – spiega Amendola -. Spesso, per vari motivi, questo non accade ed è importante capire perché. Una metrica come il Price to Book Ratio fornisce una misura molto conservativa del valore aziendale, rispetto al famoso P/E in quanto non coglie alcuni fattori produttivi importanti come il capitale umano oppure sottovaluta poste come gli attivi intangibili”. Secono l’esperto è proprio per questa serie di ragioni che negli ultimi tempi è stato spesso accantonata, salvo poi fare ritorno oggi in grande stile. Il perché sta nel fatto che  “partendo dal valore contabile del capitale aziendale, possiamo avere un punto fisso meno legato a fattori soggettivi, da cui far dipendere le nostre decisioni di acquisto e vendita”.
L’esempio grafico (grafico 1) in pagina mostra l’andamento dei Price to Book Ratio per i principali indici italiani. Il Ftse Mib è rappresentato dalla linea celeste, e mostra un valore di 0,91, il Ftse Mid Cap in bianco, con un valore di 1,2, il Ftse Small Cap in giallo con un valore di 0,90, e infine, il Ftse All Share in grigio con un valore di 0,94. “Questi numeri fondamentalmente ci dicono che oggi, ad eccezion fatta per il Ftse Mid Cap (anche se di poco), tutti gli indici italiani trattano ad un valore di mercato più basso rispetto al loro valore contabile del capitale”, spiega Amendola.
GRAFICO 1

L’altro modello di valutazione su cui si sofferma è il Residual Income Model che indica l’utile generato da una società dopo che è stato coperto il costo del capitale. Il co-gestore di Italia ed Europa AcomeA sgr entra più nel dettaglio della questione spiegando che “Il modello parte dal concetto che una società può anche generare utile, ma se non copre il costo del capitale risulta comunque non profittevole”. Un esempio classico è il settore bancario, dove gli istituti di credito anche se generano utile spesso non coprono il costo del capitale e, a lungo andare, potrebbero distruggere valore.
Per Amendola bisogna utilizzare questo modello per scomporre il valore attuale degli indici. Questo valore può essere scomposto in tre parti: Book Value Attuale dell’indice; Residual Income di breve periodo; speculazione. “Quindi se dal prezzo attuale degli indici sottraiamo il Book Value e il Residual Income di breve periodo – spiega -, otteniamo la parte rappresentata dalla “speculazione”. Maggiore è questa ultima componente, minore sarà l’interesse nell’indice”.

La pratica: l’esercizio applicato ad alcuni indici tra cui il Ftse Mib

Dalla teoria alla pratica, applicando l’esercizio ai seguenti indici: Ftse Mib, Ftse Mid Cap, Dax, S&P500 e Nasdaq. Amendola si sofferma sui grafici sottostanti, spiegando ai livelli attuali il Ftse Mib e il Ftse Mid Cap sono quelli che incorporano il minor livello speculativo. Al contrario il Nasdaq l’S&P500 e il Dax hanno valori maggiori. “Interessante notare anche che per gli indici italiani il valore di bilancio del capitale delle società (book value) copre quasi per intero il prezzo degli indici. Questo è di assoluto interesse perché rappresenta un valore attualmente disponibile e non stimato, e fornisce un modo diverso di vedere il multiplo P/B”, aggiunge ancora l’esperto di AcomeA.

La bussola dei fondamentali e dell’orizzonte di investimento

Il contesto non è semplice per gli investitori, ma il consiglio di AcomeA è quello di tenere la bussola dei fondamentali e dell’orizzonte di investimento. “L’investitore che sceglie società di buona qualità con indebitamento contenuto e business model resilienti, senza rincorrere i titoli del momento, nel lungo periodo viene premiato”, afferma Amendola al termine della sua analisi, sottolineando che “in questa fase di mercato c’è l’occasione di accumulare storie di questo tipo di cui l’Italia è orgogliosamente piena”.





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