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MILANO – “El Tiburon” – lo Squalo, come lo chiamano i suoi biografi più critici – ha colpito ancora. Florentino Perez del resto è fatto così. Ha studiato per mesi l’impasse attorno alle concessioni di Autostrade per l’Italia, partita arenata in quell’area grigia tra affari e politica dove il presidente del Real Madrid ha costruito la sua fortuna. Ha tastato il polso ai Benetton di cui è socio in Spagna (al funerale di Gilberto era seduto in prima fila) per capire se e come poteva affondare il colpo. Ora è partito all’attacco e la sua offerta da 9-10 miliardi per la controllata di Atlantia ha sparigliato le carte in uno dei dossier più delicati per l’esecutivo Draghi.

 

Il cappello della politica

Che faccia sul serio, dice chi lo conosce è sicuro.Il secondo nomignolo che gli hanno affibbiato a Madrid – non a caso – è “El conseguidor”, l’uomo che porta a casa ciò che vuole. Il suo curriculum vitae parla per lui. Il 74enne supermanager iberico ha tanti cappelli. Il primo che si è calato in testa dopo la laurea come ingegnere gestionale al Politecnico di Madrid è stato quello di amministratore pubblico. Con un incarico al Comune della capitale, quindi come direttore delle infrastrutture al ministero dei Trasporti. Poi è passato alla politica, lavorando nel Unione del centro democratico e candidandosi alle elezioni del 1986 per il Partito riformista democratico (Prd). Il flop nelle urne – il Prd ha preso l’1%, lui non è entrato in Parlamento – è stata in fondo la sua fortuna. Ha rinunciato all’ambizione della carriera politica e si è buttato negli affari, dove la rete di relazioni costruita negli anni nella pubblica amministrazione è stata decisiva per portarlo al successo.

Alla voce professione, sulla carta d’identità, Florentino Perez ha scritto “costruttore”. E in effetti con la sua Acs ha costruito un impero delle grandi opere da 34 miliardi di ricavi e 179mila dipendenti. La definizione però è riduttiva. Il vulcanico numero uno dei Blancos, dicono in Spagna, è soprattutto un uomo di potere. Che ha messo in piedi la sua fortuna giocando su tre tavoli paralleli: sport, politica e affari. Il suo ufficio, è la vulgata iberica, è il box presidenziale al Santiago Bernabeu. “E’un cliché”, dice lui. Ma non è vero: le ambitissime e riservatissime poltroncine dell'”area Perez” allo stadio del Real Madrid sono una sorta di salotto buono dove manager, stelle del calcio, deputati e giornalisti scrivono tra una tapas e un gol il destino dei Merengues e quello della Acs.

 

La bolla del mattone

La fortuna della società di costruzioni di Perez è stata quella di aver cavalcato alla grande la “burbuja del ladrillo”, quella bolla del mattone che ha gonfiato a dismisura il boom della Spagna a cavallo del millennio. Anni in cui la sua conoscenza della pubblica amministrazione e la vicinanza alla politica (specie al centrodestra del Partito Popolare, ma non solo) hanno aiutato la Acs a guadagnare posizioni su posizioni. L’ingresso nel Real Madrid ha accelerato questa corsa. Perez aveva già tentato nel 1995 di conquistare la presidenza dei Blancos, senza successo. Ma non si è arreso. Nel 2000 ci ha riprovato calando in campagna elettorale il più inatteso dei jolly: la promessa dell’acquisto di Luis Figo, allora stella dei rivali del Barcellona. La sua spregiudicatezza ha conquistato i tifosi elettori. El tiburon è diventato presidente di una società travolta da 300 milioni di debiti. E in poco tempo, grazie ai suoi contatti, ha sistemato anche questa grana.

 

Miracoli Galattici

A rimettere in sesto i conti del Real, in effetti, ci ha pensato un piccolo gioco di prestigio galattico: Perez è riuscito a far cambiare la destinazione d’uso (da verde a immobiliare) della Ciudad Deportiva del Real lungo il pregiatissimo Paseo de La Castellana. “Il premier Josè Maria Aznar mi ha obbligato a dire sì”, ha detto l’allora sindaco di Madrid, contrario all’operazione. El Conseguidor ha fatto il resto: ha venduto al Comune per 500 milioni l’area e ha fatto Bingo con la concessione ad Acs per costruzione di tre dei quattro grattacieli costruiti in zona. Quei soldi sono stati il tesoretto grazie a cui ha messo in piedi l’era dei Galacticos con David Beckham, Roberto Carlos, Cr7 e Zinedine Zidane. Diciassette anni (con una breve interruzione) di presidenza che gli hanno portato in regalo 5 Champions League. Trofei finiti nella bacheca di Peres assieme al titolo di 1.517esimo uomo più ricco del mondo con un patrimonio personale di 2,2 miliardi.

 

I dubbi dei Pm

La magistratura ha acceso più volte un faro sui suoi rapporti con la politica, con inchieste da cui però è sempre uscito assolto. L’ultimo caso quella per il Progetto Castor, un maxi deposito di gas da costruire nel mare di fronte a Tarragona in un ex-giacimento di greggio. Mai terminato perché gli scavi sulla placca tettonica di Amposta hanno causato mille scosse telluriche con picchi di 4,1 gradi della scala Richter. A salvare dal flop la società di Perez è stata la provvidenziale (e contestatissima) decisione del governo spagnolo di risarcire i creditori con 1,3 miliardi. “Mi hanno dipinto come un demonio – ha detto lui nell’udienza che ha chiuso l’inchiesta un paio di anni fa -. In verità il governo si è preso il rischio di un progetto per il bene del paese e noi siamo solo i servitori del governo”.

Le cose oggi, malgrado la pandemia, continuano ad andargli bene. Ha in cassa i soldi per muovere su Autostrade per l’Italia. Il Real sta lottando per lo scudetto e ha battuto 3 a 1 il Liverpool nei quarti di Champions. Lui ha riscritto le regole per eleggere il presidente dei Blancos (obbligo di essere soci da 20 anni e garanzie per almeno 75 milioni) assicurandosi in sostanza il mandato a vita. E oltre alla partita di Atlantia si prepara a giocare quella per il lancio della Superlega europea. Un fronte dove le buone relazioni – sempre loro – con la Fifa e molti presidenti del calcio continentale gli saranno di nuovo molto utili.



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